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25 dicembre 2007

La fragola, il killer e il batterio

Questo blog si permette una certa ostentata confidenza con la morte, fin dai suoi inizi. Facili psicologismi da studentelli porterebbero a parlare di un modo per esorcizzare la paura bla bla bla fin dai tempi dell'antica Grecia bla bla catarsi bla. In ogni caso mi piace raccontare le storie di quelli che non ci sono più, mi piace descriverli come quei cornutoni che erano e mettere per iscritto le loro squallide e meravigliose esistenze.
Il sottoscritto ama scherzare sulla morte, non c'è niente da fare. Ha guardato il culo a sua cugina durante un rosario, ha brindato ad innumerevoli dipartite e anche quella volta che ha pianto, in chiesa, non si è potuto trattenere dal sogghignare divertito constatando che si trattava del funerale con la più bassa percentuali di comunioni che avesse mai visto. Quelli che mi vogliono bene sono atei comunisti miscredenti, grazie a Dio.
Un po' sarà lo spirito goliardico, la voglia di épater les bourgeois, quell'allegro nichilismo da quindicenni mai cresciuti che trovano molto rivoluzionario cagare nelle acquasantiere. Un po' è sbruffoneria, ostentazione di noncuranza e superiorità, sono-Bruce-Willis-non-ho-neanche-un-graffio-e-coperto-di-sangue-faccio-pure-le-battute. Un po' è understatemente epicureo, l'unica forma tollerabile di fatalismo, quella che riconosce i limiti dati alla nostra ribollente esistenza e trova inutile criticarli. Un po' sarà anche l'imbarazzo di non sapere cosa dire di serio. Nella vita o si studia il bon ton o tanto vale ruttare, almeno ci si diverte.
Poi c'è la storia della fragola, quell'apologo zen sul tipo che sta per morire, aggrappato all'orlo di un precipizio, minacciato da una tigre, con la sorte segnata, che trova una fragola, l'assaggia e fa: "Com'è dolce!" Perché, insomma, l'inerzia dell'esistenza umana è più forte di qualsiasi cosa, e niente riesce a cancellarci completamente. La sera peggiore della nostra vita io e mio fratello abbiamo cantato "La paranza". E ho detto tutto.
E così, insomma, ieri sera si parlava della nostra tragedia di provincia. Ci si chiedeva quando sarà il funerale, ipotizzando che tarderà, bisogna ricomporre il puzzle prima. Non c'è niente da ridere, lo so. Sono un ometto dabbene, ho imparato a riconoscere il valore e il senso del rispetto e delle cerimonie, quando è ora. Capisco i cimiteri, capisco i santini, capisco perfino il rosario. Il cristianesimo è l'ultimo arrivato, è solo un'etichetta: dietro c'è qualche millennio di tradizione, la saggezza della specie ci ha insegnato come si affrontano queste cose, ed è bene approfittarne. Siamo nani sulle spalle di nani, ma i nani sono stati tanti. Conviene obbedire. E poi, se penso a quello che stanno passando quelli che le volevano bene, in questi giorni, mi dispiace per loro. Davvero.
Ma non sto soffrendo. Sarò insensibile io, è probabile. Ma non sto soffrendo. Nessun uomo è un'isola, d'accordo, ma non tutte le morti mi diminuiscono allo stesso modo. Troverei ridicolo dirmi addolorato in questo momento, perché quello che provo non ha la minima parentela con il vero dolore di una vera perdita. È una questione di dignità. Anche una formalità, me lo ricordo bene, una formalità. E le forme vanno rispettate. Basta che non mi chiediate di essere sincero.
Struca struca, come dicono dalle mie parti, il discorso è questo: capisco il lutto pubblico, ma non il preteso dolore privato. Capisco perché dopo la morte di lady Diana il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord si sia vestito di nero, non capisco perché Tony Blair sia andato in tv sull'orlo delle lacrime definendosi "devastato". Non è vero, Tony. Se morisse quella stronzetta di tua moglie Cherie, saresti devastato. Ma se muore una che ha visto due volte in vita tua, ti dispiace un po' per i suoi, sei vicino alla famiglia, rispetti il loro dolore. Ma non sei devastato. Non stai male tu, Tony, non raccontarmi fesserie. L'ossessione contemporanea per le emozioni individuali ci porta a forzarle oltre il ragionevole. Ad andare in un milione al funerale di un attore. Fate come vi pare, io lo trovo blasfemo. Non potremmo limitarci a un composto rispetto pubblico e ufficiale, senza mettere in mezzo sentimenti che non abbiamo?
Tutto questo per dire che capisco i motivi che mi hanno privato del vin brulé di fronte al duomo, ieri sera. Ma voi dovete capire le ragioni che mi hanno autorizzato a ridere e scherzare come se niente fosse, insieme a tutti gli altri. A tossicchiare in giro scherzando sul meningocco migrante, ad indicare la folla dando di gomito: "Oh, mi raccomando, evitare gli assembramenti...", a bermi la mia pinta in santa pace.
E a lamentarmi anche che non c'era il brulé. Perché non devo berlo? Mi dispiace per lei, ma non è colpa mia, perché devo essere punito? Cazzo, mica l'ho ammazzata io!




permalink | inviato da masaccio il 25/12/2007 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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