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Lunga e inorganica riflessione: una Cosa è una Cosa è una Cosa

Premessa: tra il settembre del 2004 e il febbraio del 2005 stavo all'estero, e, per motivi vari, mi trovavo a dover passare interi pomeriggi davanti al pc, senza molto da fare. Inoltre la mia passione politica era acuita dal confronto con la realtà di un altro paese e dalla possibilità di avere, una volta tanto, molto tempo per ragionare sulle cose, senza l'urgenza dell'azione.
In quei mesi l'allora intenso carteggio col mio amico Ale raggiunse picchi ora inimmaginabili: più o meno una mail al giorno, lunga e pensosa. Temi: l'attualità, la figa, le reciproche novità e, soprattutto, le prospettive della rivoluzione mondiale.
Leggendo questo bel sunto di Ale sull'assemblea di ieri, mi è venuta voglia di andare a spulciare tra le vecchie mail, di cui ho sentito l'eco in lontananza.

Pubblico qui qualche breve estratto:

Masaccio, 9/12/2004
"A questo collego una riflessione che sto facendo in questi giorni sulle prospettive politiche della sinistra italiana e del proletariato mondiale.
I DS hanno l'egemonia non perché sono LA forza socialdemocratica, ma perché sono la maggiore (l'unica sostanzialmente di governo) fra LE forze socialdemocratiche, cioè tutti i partiti della sinistra italiana. Alla loro sinistra hanno due partiti che si definiscono comunisti, ma che in realtà di comunista hanno entrambi l'anticapitalismo, uno anche la tradizione e lo stile, nessuno dei due la prospettiva rivoluzionaria. E se a un partito comunista togli la prospettiva rivoluzionaria, costringendolo a una semplice rappresentanza degli interessi dei lavoratori all'interno del sistema capitalistico, lo rendi sostanzialmente socialdemocratico. Con la prospettiva della rivoluzione comunista definitivamente fuori dall'orizzonte politico, la sinistra resta socialdemocratica, e i due partiti comunisti rappresentano semplicemente quelli (come me e te) che, pur non avendo la prospettiva di un altro sistema a portata di mano, non accettano questo, e conducono battaglie di retroguardia all'interno di un sistema che non accettano in teoria ma nei cui confini, di fatto, si svolge tutto il loro operato.
Quindi, e arrivo alla mia riflessione, quale può essere, oggi, il ruolo di un partito comunista?
Per ora le reazioni sono state due: transmutazione socialdemocratica (sottoposta a pressioni di ogni tipo per far passare sotto la cortina della socialdemocrazia ogni barbarità neoliberale) tipo DS o battaglia di resistenza tipo PdCI.
Ovviamente la seconda mi piace di più, però non posso non notarne la carenza di prospettiva: senza un progetto rivoluzionario, che sia armato, pacifico, progressivo o saltellante (scusa se ogni tanto volpateggio in questa maniera, ma mi serve per riprendere fiato), a cosa serve un partito comunista? Semplicemente a combattere battaglie socialdemocratiche per la difesa dell'intervento pubblico in economia, dei diritti sociali, ecc., tutte cose sacrosante ma che non prefigurano nessun superamento del sistema capitalistico e quindi nessuna contraddizione sostanziale con le forze sociademocratiche.
Quindi, come direbbe lo zio Vlad (non Dracula, l'altro), che fare?
Con una socialdemocrazia allo sbando (sbando con metodo, tra l'altro, curiosamente vanno sempre verso destra) e un comunismo ridotto a testimonianza, qual è la prospettiva rivoluzionaria del XXI secolo? Può anche darsi che il proletariato abbia terminato la sua spinta propulsiva e che sia ora di trovare un altro soggetto che "liberando se stesso libera l'umanità", però visto che il sistema dello sfruttamente capitalistico permane intatto in molte sue forme, non mi pare sia questo il caso.
L'interrogativo resta, ed è forte: la destra è forte e con un chiarissimo progetto reazionario, incarnato in forme diverse ma contenuti praticamente identici da Bush, Berlusconi e Aznar, cui si aggiunge il neosegretario dei gollisti francesi Sarkozy, che il mio coinquilino francese definisce semplicemente "cabrón" e che a me pare un clone perfetto (ma più intelligente e quindi più pericoloso) di Berlusconi, col suo pensiero piccoloborghese, reazionario, razzista, che nasconde dietro all'anticomunismo il fastidio per la democrazia.
A questa destra oggi rispondono le socialdemocrazie con un pensiero debole e subalterno, i cattolici con un moralismo di buon senso che resta l'unica cosa capace di tenerli uniti, i movimenti sociali con proposte ridotte, frammentarie e lontane dal movimento reale. I comunisti dove sono? Qual è ora la prospettiva rivoluzionaria? C'è?
Probabilmente le confusioni di questo mio ragionamento sono dovute al solito vizio dell'eurocentrismo, probabilmente stavolta il sol dell'avvenire sorgerà a sud-ovest, in Sudamerica, però siamo sicuri che non si tratti di semplici suggestioni romantiche da lettori di Minà? Il bolivarismo di Chavez è una strana mescolanza di castrismo, zapatismo e populismo che a un europeo suona strana. Lagos in Cile non ha avversari a destra semplicemente perché sembra lui di destra, Lula sta facendo una fatica boia a tenere insieme la fedeltà ai Sem Tierra e quella al FMI e non si sa quanto terrà, Kirchner non lo conosco ma degli argentini mi fido poco in genere...
Può darsi che la soluzione sia lì, in paesi che sperimentano nuove forme di sviluppo controllate e gestite democraticamente (nuove fino a un certo punto, poi, perché si tratta di tutte filiazioni da Allende, e sappiamo com'è finita), ma queste esperienze che ricaduta avranno sul sistema capitalistico globale? E sui lavoratori del nord del mondo? Sono gli ultimi sussulti di un'epoca finita (le rivoluzioni sudamericane) o i primi di una che viene?

Attendo con ansia un tuo contributo capace di mettere un po' d'ordine nel discorso e di proseguire nel ragionamento.

¡Poder popular!"

Settore 9/12/2004
"DELLA RIVOLUZIONE:
Stavolta condivido la tua riflessione punto per punto, sottoscrivo anche la disposizione delle virgole.
E' un discorso molto bello e molto difficile e spero non si areni tanto presto, perchè le formiche che guardano le stelle faranno anche ridire ma primo o dopo magari capiranno come arrivarci.
Ho iniziato a buttare giù il mio primo contributo ma non voglio spedire cose
affrettate, ci penso un po' in questi tre giorni e poi ti spedisco il risultato.

per le comunali osiamo? rispolvero la "giunta murata"?

la vita è una guerriglia

alessandro"

Masaccio, 10/12/2004
"Sulla rivoluzione rifletti pure, ce n'è bisogno, visto che i miei erano solo pensierini confusi.
È che vedo tutti i giorni la confusioni teorica e pratica in cui naviga Izquierda Unida, e dubito che in Italia si sappia costruire qualcosa di meglio. L'unica prospettiva politica in cui mi ritrovo è quella che lanciava Asor Rosa nel suo articolo (che poi è quella della CGIL, mica a caso Asor Rosa lavora alla Fondazione Di Vittorio), di ripartire dalla contraddizione capitale-lavoro, ma in mancanza di un'analisi innovativa il quadro in cui si trova questa proposta resta quello del riformismo socialdemocratico, che non mi fa schifo, ma che allora non configura una nuova forza politica "alternativa", ma una semplice corrente massimalista del centrosinistra."


Seguirono riflessioni più ponderose, che non riporto qui per problemi di spazio, finché il dibattito non fu bloccato dall'irrompere dell'attualità: le elezioni comunali nella nostra città.
Il contesto è cambiato, allora eravamo all'interno di un movimento, quello nato a Genova, che era appena morto, e avevamo l'urgenza di trasmettere altrove quelle istanze rivoluzionarie, di metterle alla prova sulla carne viva della società e sul metallo urlante della produzione. Anche il sottoscritto è cambiato, e ora arrossisce di fronte a certe ingenuità.

Di fatto, però, l'esigenza era già chiara: trovare una via d'uscita per una sinistra che non si arrende (vedi qui e qui) ma che non ha una prospettiva rivoluzionaria. Rifondare il comunismo? Forse qualcosa di più, ma l'idea era quella. Mi definivo "comunista fino a prova contraria" (e non ho ancora trovato un'espressione più calzante),  finché non si trova un modo migliore per dirlo, e una volta, parlando della falce e martello, dissi che ero d'accordo sul fatto che la nostra fosse una lotta di retroguardia, ma che, nell'attesa di trovare il punto dove scavare una trincea più avanzata, preferivo restare a difesa della mia che passare dall'altra parte della barricata.
Come fare a mantenere il progetto di trasformare radicalmente alla società, di non cedere al capitale, in una realtà che non offriva nessuna prospettiva rivoluzionaria, neanche in senso lato, dopo il fallimento evidente del movimento.
Ci sembrava allora, di trovarsi come Casaubon, il protagonista de Il pendolo di Foucault, che, finita l'università, sente di avere "tante nozioni ma non una teoria". Ci sembrava che le idee, in giro, nel movimento, nella società, ci fossero, ma non avessero quel disegno unitario che Marx, Lenin e Gramsci avevano dato al pensiero comunista e soprattutto non avessero un soggetto rivoluzionario in grado di realizzarlo. In un'altra mail guardavo con speranza ai lavoratori migranti, ma tant'è. Il punto è che mi sembrava necessario, all'epoca, ricostruire una sinistra, e consideravo i contenitori politici esistenti insufficienti a questo compito. Mi pareva che se si fosse costruito un luogo unitario, in cui le idee avessero lo spazio necessario a contaminarsi e fecondarsi, qualcosa di buono ne sarebbe uscito.

Ora, quasi 4 anni dopo, abbiamo qualcosa che somiglia a quel luogo. Non è come ce lo immaginavamo allora, semplicemente perché l'elemento di rottura portato dai movimenti, da Genova, dalle lotte per la pace, dalla mobilitazione a difesa dell'articolo 18, dai Social Forum, non c'è più, o comunque non è più così forte. Questa sinistra, ed è il suo principale difetto, non nasce, come sarebbe dovuto succedere allora, da un periodo di lotte comuni, ma da un comune periodo di governo, peraltro ben poco soddisfacente.
Mi spaventa quest'aria da Bolognina 2, mi trovo in molto di quello che ha scritto ladytux, trovo pericolosa l'aria revisionista che gira, questo bisogno di differenziazione da tutto quello che la sinistra è stata in questo paese. Se è una seconda Bolognina, vediamo almeno di non ripetere gli atroci errori commessi dalla prima.
Ha ragione quindi Settore quando dice che la federazione nasce "più di testa che di pancia". La spinta delle lotte, delle idee e delle istanze, oggi non c'è. Ma ciò non rende l'esigenza unitaria di 4 anni fa più debole, ma più forte: oggi più che allora abbiamo bisogno di uno spazio comune dove ritrovarci per ricostruire insieme una sinistra di trasformazione, come la chiamava Asor Rosa.
Chiusi nei vecchi contenitori non costruiremo niente, l'unità è necessaria, altrimenti continueremo tutti a combattere le nostre amate battaglie di retroguardia. Servirà però un impegno enorme da parte di tutti perché l'unità non diventi sintomo di moderazione o cedimento: dire "sinistra radicale" è stupido; se la sinistra non è radicale, non esprime bisogni e prospettive di cambiamento forte e reale, non è sinistra.
Il problema del governo, ben rappresentato in questi giorni dalla discussione tra Bertinotti e Mussi, non è un problema da poco. Ma non lo trovo prioritario al momento: prima dobbiamo occuparci del radicamento, di esserci, di contare. Questo vuol dire "massa critica": vuol dire che dobbiamo essere una sinistra utile. Vuol dire spiegare agli operai delle mie parti che votano Lega che abbiamo la possibilità di migliorare concretamente le loro condizioni di vita. Vuol dire poter assicurare al movimento contro la nuova base Dal Molin che siamo davvero in grado di fare qualcosa per contrastare la realizzazione della base. Vuol dire capire che o conti o non esisti.

Utile, radicale, di trasformazione. Questa è la sinistra che voglio. Quella nata ieri a Roma non ci somiglia per niente: è fatta male, tardi e di fretta. Ma ha il pregio di esserci, e di darci finalmente quel luogo in cui ripartire. Vediamo di utilizzarlo bene.

Pubblicato il 11/12/2007 alle 1.0 nella rubrica Diario.

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