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Mettiamo...

Mettiamo che ci sia una città di provincia. Piccola ma ricca di tradizioni culturali e, da qualche tempo, di pecunia.
Mettiamo che ci sia un attore, uno bravo, che viva in questa città più o meno da sempre e che parli di lei (e di tante altre cose) come nessun altro al mondo.
Mettiamo che a questo attore venga consegnato, il 1 maggio scorso, un importante premio, intitolato al patrono della città, per aver "onorato" la città "dando espressione alla pluralità di sentimenti che appartengono a questa città con un teatro ironico e con un profondo impegno civile nell'affrontare i temi più rilevanti della società".
Mettiamo che in quest'occasione l'attore dica ai suoi concittadini: «Vorrei che non vi sentiste soli perchè il teatro che faccio, chiamato civile ma potrei definirlo politico secondo l'accezione greca polis (cioè città), rende l'idea di una città che si estende al Paese e che non si rinchiude entro le proprie mura per paura. Le porte devono restare aperte, anche se le mura sono ben visibili per chi viene da fuori».
Mettiamo che l'attore sia in palese contrasto politico con l'amministrazione che governa la città da parecchi anni.
Mettiamo che alla cerimonia di consegna del premio sia presente un assessore (non so come si declini al femminile, comunque trattasi di una donna), la quale chieda pubblicamente all'attore la sua disponibilità a mettere in scena uno spettacolo a basso costo in città.

Cosa ci potrebbe essere di più normale, in una città normale?

Ma se la città si chiama Treviso, l'attore Marco Paolini, l'amministrazione è leghista e l'assessore è Letizia Ortica (Forza Italia, una tassa che la Lega trevigiana ha dovuto pagare all'accordo nazionale), succede che il giorno dopo è tutto un affannarsi a smentire l'assessore, a dire che non rappresenta nessuno, e che non c'è alcun motivo di far mettere in scena uno spettacolo a uno "che parla male dell'amministrazione" (sic).

Pubblicato il 5/5/2005 alle 11.58 nella rubrica Radici (nel senso di quello rosso).

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