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I miei fiumi...

Il Vajont non è distante da casa mia. 97 km, dice ViaMichelin, ma 'sti francesi non conoscono le strade della sinistra Piave.
Ci vado spesso, per un motivo o per un altro. Ci porto la gente, quando mi viene a trovare qualcuno da distante. Ci andavo spesso anche da piccolo. Sicuramente ci passavo davanti due volte all'anno: andata e ritorno per la montagna, ogni luglio. Proprio come racconta Paolini, solo che io invece che in treno ero in macchina. Ma il resto è uguale: alzare gli occhi dal libro e appiccicare la faccia al finestrino, in attesa che fra le rocce appaia quella lastra grigia, quell'enorme toppa a chiudere una ferita nella montagna.
Qualche volta sono salito. Fai quella stradina a tornanti, passi sotto la galleria semiaperta, e sei dentro. A destra hai una valle strana, con alberi giovani e terra chiara, così diversa da tutte le altre valli delle nostre montagne. Un cantiere, una cava riempita. Chiusa da una parte da quella lastra grigia, con l'orlo mangiato dall'onda di quella notte lontana.
Poi puoi andare sull'altro lato della valle, fare la stradina stretta e buia che ti porta ai meravigliosi prati delle pendici del Toc. O, su questo lato, proseguire fino a Erto, tentativo di paese non ancora del tutto abortito.
Ma io di solito preferisco salire a Casso. Questo grumo di case su per il monte, quasi completamente disabitato, con un solo bar e nient'altro. Sembrerebbe uno dei tanti paesi abbandonati da una generazione per cercare un lavoro o semplicemente un po' di sole (qui sorge sempre più tardi), se non fosse per quelle crepe sui muri, per quell'aria da superstite. Allora poi prendi il sentierino che va su al cimitero, una specie di via crucis, e quando arrivi in cima guardi dall'altra parte. E vedi quella lunga M sulla montagna di fronte, il fronte della frana. Fa impressione, sul serio. Capisci di cosa è piena quella valle, è piena di montagna. E guardi giù Longarone, che si intravede, nella valle grande, quella del Piave. E pensi al salto che ha fatto quell'acqua, alla forza con cui ha sbattuto in fondo alla valle.
Fatelo. Veramente, se venite da queste parti fatemi un fischio, si va su al Vajont. Non so come vi sentireste.
Io lassù mi sento legato a generazioni. Sento nemica quella diga e quella civiltà, sento nemica l'ENEL modernizzatrice, l'ente del progresso democratico e socialista che quarant'anni fa spazzava via due valli e ora piante elettrodotti sulla mia testa, giù in pianura. Parte uno strano collegamento, fra il comitato dei contadini montanari di allora e quello degli uomini di pianura del III millennio, che al mio paese lotta contro l'elettrodotto. Un collegamento ancestrale. Qualcosa di cui mi vergogno ma che sento.
Dicono si chiami identità.

Pubblicato il 10/10/2005 alle 0.21 nella rubrica Radici (nel senso di quello rosso).

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